7 Luglio 2026
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Carolina Morace affronta senza filtri i temi più caldi del calcio italiano e internazionale. Nell’intervista esclusiva concessa a scommesse.io, l’ex Ct dell’Italia femminile critica il Mondiale 2026, attacca la gestione di Gianni Infantino e Donald Trump, boccia Claudio Lotito e denuncia le discriminazioni ancora presenti nel calcio femminile.

Partiamo dal Mondiale. Come giudica la direzione di Trump e Infantino alla luce delle ultime vicende?

Questo Mondiale non mi appassiona per niente. Non mi entusiasmano né Infantino né Trump. Inoltre, sapere che sarà il Presidente degli Stati Uniti a consegnare il trofeo mi lascia molto perplessa. L’allargamento del torneo risponde soprattutto a logiche economiche. Il calcio dovrebbe essere guidato dalla passione, non dal business. E vedere uno come Platini tenuto fuori per anni è qualcosa che considero davvero vergognoso.

Secondo lei, quali sono le principali responsabilità della terza esclusione consecutiva dell’Italia dai Mondiali?

Negli ultimi dieci anni le Nazionali giovanili hanno ottenuto risultati importanti. L’ultimo è stato il titolo europeo conquistato dall’Under 17, ma anche Under 19 e Under 20 hanno fatto molto bene. Il talento, quindi, esiste. Il vero problema è che quei ragazzi non riescono a trasformarsi in calciatori affermati. La Serie A è il campionato che concede meno spazio ai giovani tra i 21 e i 23 anni. Si preferisce puntare sullo straniero già affermato invece di dare fiducia ai ragazzi italiani, e questo inevitabilmente penalizza anche la Nazionale maggiore. A mio avviso il progetto delle Under 23 rappresenta una buona soluzione, ma oggi sono ancora troppo poche le società che lo hanno adottato, quattro, probabilmente cinque (Juventus, Atalanta, Inter, Milan e la quinta dovrebbe essere la Roma nel 27/28, ndr).

Lei conosce bene Milan e Lazio, avendo allenato entrambe le squadre femminili. Quale società oggi le sembra avere il progetto più credibile?

Ho lavorato in entrambe le realtà e, dal punto di vista organizzativo, non c’è paragone. La Lazio ha un padre padrone, il Milan è una società. Sul fronte femminile, invece, anche il Milan ha perso terreno. Quando allenavo io chiudemmo il campionato al terzo posto, da allora non è più riuscito a tornare a quei livelli.

Oggi il Milan sembra ancora alla ricerca di una propria identità. È un problema societario?

Io sono sempre piuttosto critica verso le proprietà straniere. Per lavorare bene in Italia servono dirigenti che conoscano il nostro calcio. Se cambi direttore sportivo dopo uno o due anni significa che non hai un progetto. Lo stesso vale per gli allenatori: non puoi passare ogni stagione da una filosofia tattica all’altra. Una società dovrebbe costruire un’identità precisa, dalla prima squadra fino al settore giovanile.

La Lazio sembra invece ripartire da zero ogni estate.

Esatto. O la dirigenza non se ne rende conto, oppure si cercano continuamente capri espiatori per nascondere problemi gestionali. Da quando è andato via Igli Tare la Lazio ha incontrato grandi difficoltà.

Nel Milan, invece, il direttore sportivo Tare non sembra ancora aver inciso.

È difficile giudicare il lavoro di un direttore sportivo dopo uno o due anni. Un progetto serio richiede almeno cinque stagioni. Il problema è scegliere le persone giuste e lasciare loro il tempo di lavorare. I presidenti dovrebbero limitarsi a fare i presidenti e interferire meno nelle scelte tecnico-tattiche.

Vede questa ingerenza nel Milan o nella Lazio?

Nel Milan no. Alla Lazio, invece, il mercato lo ha sempre fatto Lotito.

Negli anni il suo nome è stato spesso accostato alla panchina della Lazio maschile. C’è mai stato qualcosa di concreto?

Assolutamente no. E aggiungo una cosa: con Lotito non avrei alcuna intenzione di tornare a lavorare. Mi è bastato il periodo trascorso alla Lazio. Posso permettermi di scegliere e con lui non lavorerei. Non è calcio.

Perché dice che “non è calcio”?

Perché si tratta di un presidente che non ha una visione sul calcio. Mi spiego meglio, la sua visione è solo quella di fare affari col calcio. In realtà non ha lungimiranza, basta vedere come tratta il settore giovanile. La Primavera della Lazio quanti calciatori ha prodotto negli ultimi anni? Praticamente solo Cataldi. Non è interessato, non capisce, oppure lo capisce bene e non gli interessa intervenire. Può essere importante creare giocatori. O hai la fortuna del Cataldi di turno oppure hai un settore giovanile che lavora in un certo modo. Ma non mi sembra che sia interessato al settore giovanile.

Lei è stata la più forte calciatrice di sempre, e probabilmente la più vincente a livello individuale, anche considerando i suoi colleghi uomini. Dal punto di vista tecnico, quanto è cresciuto il calcio femminile italiano?

Tatticamente è cresciuto molto. Tecnicamente, invece, non credo. Negli anni Novanta avevamo giocatrici straordinarie, come Silvia Fiorini, Antonella Carta, Eva Russo in porta. Siamo state due volte vicecampionesse d’Europa e quel livello tecnico non era affatto inferiore a quello di oggi. Andando ancora indietro, vale la pena citare Maura Furlotti, poi ci sono state Bonato, Salmaso. La differenza è che oggi tutte si allenano in modo professionistico grazie all’ingresso delle società maschili.

Quindi il professionismo non basta?

No, perché manca completamente un progetto. Oggi il professionismo sopravvive grazie a un emendamento temporaneo, ma non esiste un vero piano di sviluppo. Gravina è andato via senza lasciare un progetto di sviluppo per il professionismo del calcio femminile. Continuano inoltre a esserci discriminazioni nell’accesso ai corsi UEFA Pro. In dieci anni sono stati abilitati oltre 1.500 allenatori uomini e appena otto donne. Elisa Camporese e Pamela Conti sono giocatrici con oltre novanta presenze in Nazionale, e sono rimaste escluse dal corso UEFA Pro. Addirittura, Pamela Conti ha allenato il Venezuela per 5 anni. Al contrario, ex calciatori senza alcuna esperienza in panchina sono stati ammessi, perché anche una sola presenza in Serie A maschile ha un punteggio enorme. Se questa non è discriminazione, non so cosa lo sia.

Anche nelle telecronache dei Mondiali la presenza femminile è minima. Solo una donna farà le telecronache alla Rai, Tiziana Alla, e per DAZN vedremo solo Federica Zille da bordocampo.

Finché saranno solo uomini a scegliere, continuerà a essere così. Da anni chiedo a FIFA e UEFA che il responsabile tecnico del calcio femminile sia una donna. Chi decide tende naturalmente a scegliere persone che conosce.

Anche le panchine della Serie A femminile sembrano seguire questa logica. In tutta la Serie A femminile c’è una sola donna allenatrice, Suzanne Bakker al Milan.

Esattamente. Patrizia Panico è senza squadra, Rita Guarino è stata costretta ad andare all’estero, Milena Bertolini è sparita. Gente come Patrizia, come Rita, io stessa, noi abbiamo un rapporto cordiale e paritario con l’allenatrice dell’Inghilterra o l’allenatrice degli Stati Uniti. Noi non dobbiamo imparare, siamo noi che possiamo dire chi può essere utile, quali sono le giocatrici. Noi conosciamo l’ambiente. Io sono nauseata. Ci siamo fatte scippare il calcio femminile. Le donne che siedono nelle più alte cariche delle istituzioni devono fare molto di più.

Dal professionismo del 2022 cos’è realmente cambiato?

Non esiste un progetto. La sostenibilità non può essere lasciata alle società. Dovrebbe essere la Federazione ad aiutare i club, a trovare sponsor, a costruire un modello di sviluppo e a confrontarsi con chi, come Inghilterra, Spagna e Francia, ci è riuscito. Il direttore generale della Fiorentina si è sfogato dicendo che i soldi si investono, ma non c’è alcun rientro. Ha ragione, perché in questa fase dovrebbe essere la federazione ad aiutare le società. L’unico dirigente che ho visto credere davvero nel calcio femminile è stato Michele Uva. Non c’è la volontà, ed è talmente chiaro che non c’è la volontà! Il resto sono tutte chiacchiere, perché non c’è nessuna componente interessata.

Quindi il problema riguarda soprattutto le istituzioni?

Esatto. Federazione, associazioni e organismi di categoria dovrebbero lavorare insieme. Oggi questo progetto semplicemente non esiste. Non si riempirà subito lo Stadio Olimpico, anche se qualche anno fa a vedere Roma-Barcellona c’erano 50.000 persone. Ma se tu fai una buona pubblicità, un buon investimento, la strada è giusta. Io ho vissuto e allenato in Inghilterra. Vedo come vengono fatte lì le telecronache, nell’intervallo vengono intervistate le giocatrici, danno spazio agli allenamenti, alla vita delle calciatrici. Qui tutto questo manca in Italia. Spero che il nuovo presidente della FIGC, Giovanni Malagò, voglia affrontare seriamente questo tema con tutto il suo team, che sembra contare anche su delle ex giocatrici.

Guardando alla sua carriera, c’è qualcosa che avrebbe voluto avere a disposizione quando giocava?

Sicuramente le strutture professionistiche di oggi: centri medici, fisioterapisti, preparazione atletica. Le calciatrici moderne hanno strumenti che possono allungare la carriera, anche se io non posso lamentarmi, avendo smesso a 35 anni. C’è però un altro problema: le migliori italiane stanno andando sempre più spesso all’estero. Questo impoverisce il nostro campionato. In Inghilterra, invece, le grandi giocatrici restano quasi tutte nel proprio Paese. È un modello che dovremmo imitare.

L’Italia può tornare ai vertici del calcio femminile europeo?

Sì, ma solo con un progetto serio. Serve una strategia tecnica, organizzativa ed economica. E serve soprattutto allargare la base: scegliere le giocatrici da un bacino di dieci persone oppure da uno di mille non è la stessa cosa. Serve affidarsi a persone che conoscono il calcio femminile e hanno memoria storica. Perché non ci si può vantare di fare 5.000 spettatori per la Nazionale, quando giocavo io facevamo gli stessi numeri!

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