Paolo Lorenzi lascia il tennis a 39 anni

“E’ stato il viaggio più bello della mia vita”. A 39 anni, Paolo Lorenzi ha commentato così la sua carriera, conclusa nelle qualificazioni dello US Open. La sua ultima partita, contro il francese Maxime Janvier, è di fatto simbolica di un giocatore che ha fatto della dedizione e dell’impegno il suo marchio di fabbrica. Anche se l’etica del lavoro, del sacrificio e del sudore non dice tutto. L’azzurro, che si è sempre gestito come un professionista anche quando giocava gli ITF nelle periferie del tennis mondiale come ad Abidjan nel pieno di una guerra civile di cui i giocatori sapevano poco o nulla, ha messo in mostra negli anni un tennis completo. Il suo gioco negli anni si è evoluto, si è fatto anche più offensivo, e gli ha regalato le soddisfazioni migliori quando altri nemmeno le avrebbero cercate più.

Nato a Roma, cresciuto a Siena, da qualche anno ormai residente in Florida, Lorenzi lascia il tennis da numero 188 del mondo e con un best ranking di numero 33 raggiunto nel 2017. Nel circuito maggiore, ha vinto 110 partite a fronte di 185 sconfitte. Nel circuito Challnger, è terzo per titoli conquistati (21), secondo per finali disputate (39) e partite vinte (421).

“Ho scelto di ritirarmi a New York perché ogni volta che gioco qui sono felice” ha detto al sito dell’ATP. Proprio qui ha centrato nel 2014, dopo tredici sconfitte, la prima vittoria in carriera in uno Slam. Allo US Open sarebbe poi arrivato due volte al terzo turno e una agli ottavi, nel 2017. Mai nessuno nell’era Open era arrivato alla seconda settimana di uno Slam per la prima volta a 35 anni come lui.

“Una parte della mia vita è finita, sicuramente la parte migliore. Sono stato fortunato. La mia passione era il mio lavoro, quindi non posso chiedere di più” ha detto Lorenzi, che ha conquistato il primo titolo ATP a Kitzbuhel nel 2016, a 34 anni e 221 giorni: un altro primato nel circuito ATP. “E’ la più bella soddisfazione della mia carriera” has detto.

Quella vittoria è un premio e insieme un esempio. La dimostrazione che il tempo non è un nemico, che domani è sempre un altro giorno. Soprattutto per chi non si è mai guardato indietro, come Lorenzi che ha chiuso la prima stagione da Top 100 nel 2009, appena prima di compiere ventotto anni.

A ventisei, l’età in cui Bjorn Borg aveva lasciato il tennis, Lorenzi aveva cambiato allenatore e preparatore atletico, si era trasferito a Livorno convinto di poter ancora arrivare nei primi 100 e dunque nei tabelloni degli Slam senza passare attraverso le qualificazioni. Un’ambizione alimentata da una passione sconfinata, più forte di qualunque sconfitta e di qualsiasi ostacolo.

Lorenzi, che non ha escluso un futuro da allenatore, ha spiegato all’ATP anche quale vorrebbe che fosse la sua eredità. “Mi piacerebbe essere ricordato come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo – ha detto -, e ha sempre lottato fino alla fine”. Lo è stato. E’ stato anche molto più di questo. E’ stato l’esempio per generazioni di giovani giocatori, un modello raggiungibile e positivo, la dimostrazione che la serietà nel lavoro, prima o poi, paga sempre. L’Italia del tennis che oggi porta dieci giocatori in tabellone maschile allo US Open gli deve molto.

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